- Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua
immagine. E' dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al
nutrimento o per confezionare indumenti. Possono essere addomesticati,
perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi.
Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche
moralmente accettabili,
se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o
salvare vite umane.-
( Catechismo della Chiesa Cattolica n.2417 )

- E' contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli
animali e disporre
indiscriminatamente della loro vita - ( Catechismo della Chiesa
Cattolica n.2418 )



La differenza fra l'uomo e gli animali




Nell'animale sono assenti le operazioni intellettuali tipiche dell'anima
spirituale e ciò si deduce dalla presenza, nell'animale, A)di un
linguaggio -
pragmatico - che è sostanzialmente diverso dal linguaggio umano che può
essere definito linguaggio - mathetico -.

L'assenza delle operazioni intellettuali si deduce anche B)dal
comportamento
animale che è caratterizzato dal fenomeno della cosiddetta - stagnazione -,
termine con cui si esprime l'incapacità di dare vita ad uno - sviluppo -
cioè ad un dinamismo realizzativo.

Strettamente collegato al fenomeno della - stagnazione - è l'altra
caratteristica del comportamento animale e cioè il suo essere C) - non
tradizionalista -. Tradizionalista è un termine con cui si intende
propriamente la capacità di trasmettere ad altri le conquiste del proprio
progresso. La prima invenzione è il primo progresso e il primo progresso,
trasmesso agli altri, è la prima tradizione che comincia. La tradizione è un
effetto del progresso ma poiché lo conserva e lo trasmette, è essa stessa lo
strumento del progresso sociale. Senza tradizione non c'è progresso perché è
la tradizione che conserva e trasmette il progresso e solo conservando e
trasmettendo il progresso è possibile produrre un ulteriore progresso: senza
tradizione, infatti, si dovrebbe sempre ricominciare da zero. Dopo questa
sintetica introduzione esaminiamo ogni singolo comportamento da cui si
deduce la differenza esistente fra l'uomo e l'animale.



La condotta umana è caratterizzata da
uno sviluppo


La mancanza della funzione simbolica, che nasce dalla capacità astrattiva e
dall'autoconsapevolezza dell'intelletto umano ( vedi paragrafo sul -
linguaggio mathetico - ), impedisce all'animale di creare cose nuove a
partire da cose antiche.

Anche se l'animale costruisce qualcosa - come l'alveare o come il nido -,
questa costruzione è immodificabile perché è completamente determinata dall'
istinto innato: non conosce né fasi di sviluppo, né fasi di involuzione.
Anche certi comportamenti dei cosiddetti insetti - sociali -, come il
sacrificio delle formiche soldato o delle api che muoiono pungendo gli
intrusi, sono azioni di pseudo - altruismo in quanto puramente istintive e
determinate dalla costituzione genetica: gli insetti non possono modificare,
opporsi o rinunciare a tali azioni. (1)

Il comportamento animale è caratterizzato dal fenomeno della -
stagnazione -: cioè l'animale è incapace di dare luogo ad uno - sviluppo -.
Nell'animale tutto è innato e ciò che viene acquisito - ad esempio il
cane che riporta la preda al padrone - non viene mai compreso in senso
intellettuale.

Quando si ha qualche variazione nel comportamento animale, esso resta
sempre un comportamento istintivo: non si tratta di comprensione ma di
istinto imitativo provocato casualmente dall'ambiente o imposto dall'azione
del castigo. L'istinto imitativo dà origine ad una trasmissione meccanica,
non cosciente, che non dà luogo a progresso cioè a successive elaborazioni:
inoltre, la variazione accidentale, una volta persa, non può essere
recuperata attraverso l'uso della ragione. Nel corso dei millenni, nessun
cane, attraverso la sua discendenza, ha dato origine ad un progresso nell'
arte venatoria. Nell'uomo, grazie alla capacità astrattiva e all'
autocoscienza, ogni istinto agisce in modo specificamente umano: nell'uomo c
'è sempre una spinta al superamento di sé mediante un intervento cosciente
che dà luogo ad uno - sviluppo - cioè ad un dinamismo realizzativo.

Il bisogno di cibo, per esempio, non spinge semplicemente l'uomo a placare
la fame. L'uomo è cosciente di questa necessità, la comprende come una
condizione di vita e grazie a questa consapevolezza e alla capacità
astrattiva dell'intelletto può dare origine ad una attività molto più estesa
rispetto alla semplice soddisfazione istintiva della fame, un'attività
intellettuale e organizzatrice e la struttura economica della società ne è
una manifestazione.

La capacità, tipicamente umana, di dare luogo ad uno sviluppo, di creare
cose nuove a partire da cose antiche, non implica la tesi secondo cui la
cultura umana deve sempre seguire una linea ascendente, senza flessioni.

La cultura umana presenta periodi di declino, ma dimostra, anche con le sue
fasi discendenti, la sua superiorità rispetto al comportamento stagnante
dell'animale. Infatti l'uomo è libero di trasmettere il progresso dando
origine ad un ulteriore progresso oppure può tradire il progresso ricevuto
dando origine ad una fase di regressione. (2)

Solo l'animale uomo è capace di creare cose nuove da cose antiche e questa
capacità creativa è propriamente quella che i greci chiamavano capacità
demiurgica dell'artista. Il demiurgo è colui che crea, ovviamente non crea
dal nulla - perché solo Dio crea dal nulla - ma crea a partire da qualche
cosa che già esiste. Solo l'uomo è artista, cioè creatore di cose nuove da
cose antiche attraverso la forza del braccio guidata dallo spirito: la
parola artista deriva da braccio.

Una delle prime opere dell'uomo, scrive Attilio Mordini, è l'utensile: l'
utensile è propriamente un oggetto nuovo, una nuova creazione ottenuta
mediante oggetti diversi ordinati in una nuova unità.

Uno dei primi utensili è la scure che è costituita da una pietra e da un
bastone. La scimmia lancia la pietra e scaglia il bastone, ma tanto la
pietra che il bastone rimangono due cose distinte: nessun animale ordina
parti di diversa natura in unità per dare origine ad un utensile, cioè alla
creazione di un oggetto nuovo. (3)





L'uomo è un essere
tradizionalista




Gli studi di etologia e le conseguenze subite dai bambini allevati dagli
animali dimostrano, per esempio, che gli esseri umani ereditano solo la
predisposizione al portamento eretto e alla parola ma il modo di esercitare
queste capacità deve essere appreso. La posizione verticale distingue il
corpo umano da tutti i corpi degli animali. Il corpo umano presenta la
predisposizione al portamento eretto ma questo non è un fatto acquisito fin
dalla nascita. I bambini allevati dagli animali non sono in grado di
camminare in posizione eretta. La posizione verticale è il frutto di un atto
libero e cosciente che deve essere tramandato e che viene imparato con
fatica. La posizione verticale e l'andatura eretta racchiudono importanti
connotazioni simboliche: sono segno di vita, di salute, di forza, sono
simbolo della capacità di andare oltre la materia. Le città fanno a gara nel
costruire gli edifici più alti, i sovrani salgono sul trono e tutti i popoli
considerano il cielo come il luogo dove abita la divinità. (4)

L'etologo e biologo Pier Paul Grassé osserva che ciò che separa
radicalmente la psicologia umana dal comportamento animale è la mancanza
nell'uomo dei complessi istintivi. Cioè l'uomo eredita solo gli istinti - il
fondo - ma non il modo di esercitarli - la forma -: nell'uomo il modo di
esercitare gli istinti o di non esercitarli deve essere appreso. Nell'
animale anche il modo di esercitare gli istinti è ereditario: è ereditaria
la forma del raggruppamento, l'ordine nello spostarsi, il modo di fare il
nido, la maniera di cacciare ecc.

Se l'uomo viene privato dell'educazione trasmessagli da un altro uomo, non
può svilupparsi pienamente come uomo. (5)

Il linguaggio animale è un linguaggio - pragmatico - cioè è solo un suono
che serve a manifestare un istinto: serve per richiamare al volo, alla
corsa, al cibo, al ..... ma non per capire una cosa, non per nominare una
cosa. Anche se l'animale vive in stato d'isolamento, se viene sfamato egli
possiede il suo linguaggio pragmatico identico a quello di tutti gli animali
della sua specie. Il linguaggio umano è stato definito dal John Eccles,
premio nobel per la neurofisiologia, come un linguaggio - mathetico-, cioè
un linguaggio che serve per capire le cose e quindi per nominarle.

L'uomo che non riceve la parola da altri uomini non riesce a formularla da
solo. (6) L'uomo eredita la predisposizione alla parola ma questa capacità
deve essere appresa attraverso una tradizione. Ogni parola, appena
trasmessa, ha una validità universale in quanto è adoperata da molti uomini
per indicare l'essenza di molte cose della stessa specie o dello stesso
ordine ed essa ha, in genere, un corrispettivo in ogni lingua. Ogni parola è
sempre universale in due sensi: per rapporto alle cose e per rapporto alle
intelligenze. (7)



Il linguaggio
mathetico




John Eccles, premio nobel per la neurofisiologia, spiega che negli
antropoidi è presente il linguaggio pragmatico ma è assente il linguaggio
mathetico. Gli antropoidi non usano il linguaggio per capire le cose e per
trasmettere ciò che hanno capito. Dice Eccles che nel linguaggio delle
scimmie non c'è nulla di equivalente al pensiero umano. Mathetico ha origine
dal sanscrito - mati -, da cui deriva anche matematica, che significa
pensiero. Anche dopo le più diligenti procedure d'insegnamento, le scimmie
rimangono prive del linguaggio mathetico. Il linguaggio pragmatico è solo un
suono che serve per manifestare un istinto: serve per richiamare al volo,
alla corsa, al cibo, al ..... ma non per capire una cosa, non per nominare
una determinata cosa.

Nell'uomo il suono diventa parola, cioè simbolo della coscienza di sé e
quindi della consapevolezza della propria conoscenza: quando si parla di
conoscenza non si intende la semplice conoscenza sensitiva ma la conoscenza
nella sua completezza, con l'intervento della facoltà intellettuale. I sensi
hanno il compito di registrare come le cose si presentano ma l'intelletto si
chiede perché una cosa esiste e perché esiste in quel modo e, solo dopo aver
definito le cose, - essenza -, può esprimere dei giudizi e
ragionare.

Gli animali, non sapendo di essere, non hanno intenzione di capire l'
essenza delle cose - procedimento che, vedremo, avviene
attraverso l'astrazione - né di trasmettere le proprie definizioni.

L'uomo, quando fa uno sforzo fisico o mentale, quando lotta attivamente
contro forze opposte, scopre sorgere in sé una forza interiore che gli dà l'
esperienza della volontà: la scoperta della volontà e la scoperta dell'io
sono intimamente legati. Gli animali sono coscienti ma non autocoscienti:
gli esseri umani, invece, non solo percepiscono le cose ma sanno di
percepirle, esistono e sanno di esistere, soffrono e sanno di soffrire,
muoiono e sanno di morire. Solo gli uomini, Dio e gli Angeli possono dire
una frase che è il simbolo e la manifestazione dell'autocoscienza: - io
sono -.

L'autocoscienza è la conoscenza riflessa o riflessione: una facoltà
puramente corporea ha una estensione e può conoscere solo secondo la
dimensione dell'estensione, al più una parte può ripiegarsi sull'altra ma
non il tutto sul tutto. Per esempio, l'occhio, da solo, senza lo specchio,
non può vedere se stesso, il dente, da solo, non può mordere se stesso. L'
intelligenza, invece, è cosciente di se stessa, riesce a piegarsi
completamente su stessa perché può porsi da punti di vista diversi: soggetto
conoscente in alcune operazioni e oggetto conosciuto in altre.

Negli anni '70, Allen e Beatrice Gardner insegnarono allo scimpanzé
femmina Washoe il linguaggio dei muti, supponendo che l'incapacità degli
animali a parlare fosse solo fonetica.

Incoraggiati dai Gardner, i coniugi A. J. E D. Premack adottarono altri
sistemi di comunicazione muta con lo scimpanzé Sarah. Duan M. Rumbaugh
addestrò lo scimpanzé femmina Lana a battere i tasti di un computer nei
quali erano incisi segni che venivano associati ad azioni e oggetti vari. R.
S. Fouts, seguendo il metodo dei Gardner, ammaestrò più scimpanzé e Francise
Patterson addestrò un gorilla femmina di nome Koko, sempre con il metodo dei
Gardner.

Nel 1979 H. S. Terrace, professore di psicologia alla Columbia University
di New York, convinto da questi esperimenti che gli antropoidi potessero
apprendere il linguaggio umano, pensò di addestrare un piccolo scimpanzé nel
dipartimento di psicologia della Columbia University: lo scimpanzé fu
chiamato Nim Chimpsky, quale allusione canzonatoria al celebre linguista
Noam Chomsky, il quale riteneva il linguaggio essere esclusivo dell'uomo. L'
addestramento fu condotto sull'esempio dei Gardner e dei Fouts. Terrace
riesaminò tutti i films e le registrazioni delle espressoni apprese da Nim e
si rese conto che Nim non aveva mai dimostrato alcun progresso nelle sue
espressioni. In 19 mesi, Nim non fece alcun progresso di contenuto: i
progressi, invece, con tre bambini normali e due muti erano stati imponenti.
Inoltre Terrace notò che lo scimpanzé non conversava ma gesticolava quasi
fosse solo e le espressioni più significative, in realtà, erano suggerite
dall'addestratore stesso. Terrace, a questo punto, riesaminò anche gli
esperimenti dei Gardner evidenziando la stessa situazione. Nessuno si
sarebbe accorto di questa realtà se non si fossero analizzate le
trascrizioni filmate perché queste osservazioni sfuggono nel momento in cui
si sperimenta. Rumbaugh e collaboratori spinsero più avanti la critica
dimostrando che gli antropoidi non sanno arrivare al simbolo: essi
pervennero a tali conclusioni nel 1980, dopo sette anni dal progetto Lana.
(8)

Nel 1969 Gordon Gallup, Jr, che lavorava con il - test dello specchio-,
per esplorare il tema dell'autoconsapevolezza nelle scimmie, presso il
Delta Regional Primate Research Center della Tulane University, concludeva
che gli scimpanzé avevano consapevolezza di se stessi perché riuscivano ad
imparare che l'immagine riflessa nello specchio era una rappresentazione di
se stessi.

Daniel J.Povinelli rimase colpito dalle ricerche di Gallup e, convinto del
fatto che le scimmie erano dei - bambini pelosi -, cominciò a studiare il
comportamento di questi animali fin dall'età di 15 anni. Povinelli oggi è
considerato il massimo esperto mondiale nello studio della vita degli
scimpanzé. Ha conseguito il dottorato in antropologia biologica alla Yale
University e dirige la divisione di biologia comportamentale al New Iberia
Research Center della Southwestern Louisiana University. Dopo 30 anni di
studio e di esperimenti dalla scoperta di Gallup, Povinelli, nel 1999, è
giunto alla conclusione che gli scimpanzé non hanno consapevolezza di se
stessi. Il superamento del test dello specchio, per gli scimpanzé, non
significa che questi animali hanno consapevolezza psicologica di se stessi
ma soltanto che riescono a mettere in relazione con il proprio corpo i segni
colorati che vedono nell'immagine riflessa. Gli scimpanzé hanno un immagine
mentale esplicita della posizione e del movimento del proprio corpo: un'
immagine cinestesica del proprio corpo.

Gli scimpanzè hanno bisogno di avere un'immagine cinestesica del proprio
corpo ad alto livello perché devono saltare da un ramo all'altro. I Gorilla,
invece, che sono i più grandi primati non umani, non superano il test dello
specchio perché, essendo enormemente pesanti, vivono sul terreno e non hanno
bisogno di eseguire i complessi movimenti necessari per trasportare il loro
corpo da un ramo all'altro. Dice Povinelli:- ci è voluta una grande pazienza
da parte degli scimpanzé. Ma alla fine mi hanno insegnato che non sono
bambini pelosi-. ( 9 )

Gli esperimenti fatti dimostrano che gli scimpanzé non comprendono il
simbolo; ma cosa è propriamente il simbolo? Simbolo significa mettere
insieme: in Grecia il simbolo era il contrassegno che si otteneva mettendo
insieme le due metà spezzate di un anello o di una tessera in terracotta e
la parte intera serviva da segno di riconoscimento. Quindi simbolo significa
mettere insieme due realtà: il simbolo è un segno sensibile, materiale che
rimanda ad un significato immateriale, ad un concetto mentale. Per capire la
natura del concetto mentale bisogna distinguere la conoscenza intellettiva
dalla semplice conoscenza sensitiva che è l'operazione con la quale l'
animale si mette in contatto con la realtà per mezzo dei sensi.

Conoscere nel senso intellettuale non consiste nel semplice prendere,
toccare, sentire o vedere le cose con i sensi e con il cervello che è il
centro di integrazione dei sensi: il cervello, infatti, è dotato di
immaginazione riproduttrice - capacità di riprodurre l'oggetto visto -,
immaginazione associatrice - capacità di associare le immagini degli oggetti
visti - e memoria - capacità di conservare le immagini-. I sensi hanno il
compito di registrare le cose come si presentano ma solo l'intelligenza ha
bisogno di porre la domanda: che cos'è questo ? Questa domanda è il segno
che, per l'uomo, nei dati provenienti dai sensi resta un oggetto da
conoscere che i sensi non possono cogliere. Qual' è dunque questo oggetto?
Questo oggetto è l'essenza di una cosa, ciò per cui una cosa è quella che è:
il perché esiste e perché esiste in quel modo.

Per esempio, mentre con l'occhio vedo molte piante particolari, diverse
le une dalle altre, con l'intelletto sono capace di fare astrazione delle
differenze delle piante particolari e di formare il - concetto - di
pianta che posso applicare a tutte le piante, dall'insalata a pino: primo
processo astrattivo che coglie l'unità estraendola dalla diversità. L'
animale vede una pianta particolare ma è incapace di concepire la
caratteristica unitaria che accomuna tutte le piante. In virtù di questa
capacità astrattiva l'uomo può dire: la pianta appartiene al regno vegetale
e non a quello animale, come il cane, né a quello minerale come il ferro.
Può, cioè, formulare giudizi che si applicano a tutte le piante, a tutti gli
animali, a tutti i minerali. Per noi esseri umani questa operazione di
astrazione intellettuale è talmente naturale che non ci rendiamo conto dell'
esistenza di questa capacità per il semplice fatto che la mettiamo
continuamente in funzione in modo del tutto naturale, così come mettiamo in
funzione i nostri cinque sensi. Questa capacità astrattiva è più evidente
nei concetti quantitativi di ordine fisico - matematico, cioè in quei
concetti dove definiamo la misurabilità delle cose per la loro grandezza. La
lunghezza, per esempio, è una parola che serve ad indicare una proprietà
comune delle cose - gli oggetti sono più o meno lunghi -, ma anche ad
esprimere l'idea o modello della lunghezza che possiede la proprietà della
lunghezza al massimo grado, cioè l'infinitamente lungo. Questa misura
massima è un'idea o modello che i sensi non possono conoscere perché nessun
oggetto che noi vediamo o tocchiamo possiede totalmente questa proprietà ma
la riceve solo in parte da qualcosa che trascende le cose stesse: secondo
processo astrattivo che riesce a cogliere l'essenza di un oggetto senza l'
oggetto particolare, che riesce, cioè, a cogliere l'idea direttrice, il
progetto da cui ha avuto origine la proprietà di una cosa.

Il nostro intelletto, dunque, non solo conosce una proprietà comune delle
cose, per cui affermiamo che gli oggetti sono più o meno lunghi - primo
processo astrattivo che coglie l'unità estraendola dalla diversità - ma
riesce anche ad estrarre da questa proprietà unitaria la sua misura massima.

Dopo la conoscenza sensitiva, dunque, l'intelletto è capace di ottenere
una ulteriore conoscenza e riesce a vedere, per esempio, non solo che le
cose sono più o meno belle, ma anche a concepire l'idea della bellezza
assoluta, riesce a vedere non solo che le cose sono più o meno lunghe, ma
anche a concepire l'idea dell'infinitamente lungo.

Quando definiamo le cose, la definizione presenta le cose nella loro
essenza e questa essenza viene estratta fuori dalla materia, liberata dalla
materia, - detemporalizzata -, - despazializzata -, sradicata dal suo
contesto materiale, particolare, limitato, finito. Per esempio, quando dico
che l'uomo è un animale razionale "- la definizione dell'uomo - animale
razionale - non implica, in sé, né dimensioni, né colori, né età, né lingua,
nulla cioè di ciò che caratterizza i singoli individui e che quindi non è
comune a tutti gli uomini. Quando definiamo le cose, la nostra intelligenza
prescinde totalmente dalla materia sensibile. La definizione presenta le
cose nella loro essenza e astrae da tutto ciò che è sensibile e materiale.
Questo prova che l'anima umana strappa le essenze dal mondo della natura e
le - detemporalizza- e - despazializza-"-. ( 10)

Ogni volta che nominiamo una cosa in realtà la definiamo: la parola,
verbale o scritta, è il simbolo sonoro, grafico o gestuale - nel linguaggio
dei muti - che racchiude e trasmette un concetto interiore - verbum
mentis - .

"- Guardo le cose attorno a me. Quando ne parlo, se voglio comunicare con
te, sono obbligato, affinché tu possa capire il mio pensiero, a sradicarle
dal loro contesto materiale. Io ti comunico la loro essenza, e tu, a tua
volta, ricevi questa comunicazione - in un modo che un animale non potrebbe
mai ricevere- come despazializzata e detemporalizzata. In chi fa l'azione di
strappare una realtà al contesto spazio-temporale, e anche in chi riceve
questa comunicazione, esiste la capacità di stabilire un linguaggio che si
pone al di sopra dello spazio e del tempo"-. (11)

San Tommaso d'Aquino spiega che quando comprendiamo una cosa, allo stesso
tempo la definiamo e quando la definiamo, contemporaneamente la nominiamo:
le parole sono segni o espressioni dei concetti. Un errore o un'imprecisione
nella comprensione intellettuale di una cosa comporta un errore o un'
imprecisione nella espressione orale o scritta. Nello stesso tempo un uso
improprio delle parole e un disordine nella grammatica rendono difficile la
comprensione intellettuale della realtà. (12 )

Mentre il linguaggio animale è un linguaggio pragmatico che serve per
manifestare un istinto, il linguaggio umano è un linguaggio mathetico. Il
linguaggio matethico è il linguaggio che serve per capire una cosa e quindi
per definirla nominandola.




Metafisica del
linguaggio


Lo studio etimologico, quando è possibile trovare la vera etimologia delle
parole, spesso aiuta a chiarire la comprensione intellettuale della realtà.
Secondo una metafisica del linguaggio, che ha avuto tra i suoi studiosi Sant
'Isidoro di Siviglia e, nel secolo scorso, Attilio Mordini, le origini del
linguaggio umano sono da ricercarsi in un rapporto iniziale dell'uomo con
Dio Per questo, attraverso l'etimo delle parole, è possibile risalire all'
essenza delle cose definite con le parole: ricorrere all'etimo è, in un
certo qual modo, avvicinarsi all'unità da cui le parole si diramano, è
risalire la via dalla creatura al Creatore passando per la natura della
stessa cosa creata.

Le prime parole pronunciate da Adamo dovettero essere costituite da suoni
molto semplici emessi per indicare le cose più comuni, gli animali, gli
utensili necessari alla vita, ma i nomi pronunciati da Adamo dovevano essere
ricchissimi di senso, potenzialmente pieni di ogni lingua che si sarebbe
sviluppata in seguito, dovevano contenere virtualmente ogni possibilità
espressiva, come tutta la pianta è virtualmente presente nel seme. Il nome
pronunciato da Adamo su ciascun animale era il suo vero nome: era un modo di
manifestarsi del Verbo di Dio, dell'Uno sulla molteplicità delle cose. Dio,
come è la luce che illumina ogni uomo, è anche l'etimo degli etimi, la
parola che dà voce ad ogni parola. (13 )

L'uomo ha parlato perché qualcuno gli ha rivolto la parola. La parola
umana non è in sé parola nuova ma ripetizione della parola di Dio. In
principio era il Verbo, dice il Vangelo di Giovanni, che in lingua corrente
può essere tradotto come: - al principio c'era colui che è la Parola -. La
parola non è possibile formularla se non c'è qualcuno che la - propaga - e
questa propagazione della parola ha una grande analogia con la dottrina
della Chiesa cattolica riguardante la fede perché anche la fede non è
possibile averla se non c'è qualcuno che la propaga con la parola. San Paolo
apostolo dice che nessuno può avere la fede se questa non viene trasmessa
con le parole:- ma come potranno invocare il Signore, se non hanno creduto?
E come potranno credere in lui, se non ne hanno sentito parlare? E come ne
sentiranno parlare, se nessuno lo annunzia? - (14)

Da questa considerazione può nascere un'altra riflessione teologica,
quella che nascerebbe e si svilupperebbe nel caso fosse dimostrata dalla
scienza l'ipotesi poligenista: cioè se fosse dimostrata la presenza in
origine di più coppie umane. In questo caso Adamo ed Eva rappresenterebbero
la prima coppia in cui si sarebbero risvegliate le potenze dell'anima per
mezzo del Verbo di Dio e quindi la prima coppia destinata ad avere un ruolo
di autorità spirituale nei confronti di tutte le altre coppie: la coppia
deputata a ripetere la Parola, a svegliare le potenze dell'anima degli altri
uomini con la parola ricevuta da Dio. Svegliare le potenze dell'anima negli
altri uomini non significa togliere loro la dignità di esseri umani: infatti
una persona non smette di essere persona nel momento in cui dorme perché il
soggetto esiste anche quando per qualche motivo non può agire.

Poiché i nostri progenitori peccarono, essi propagarono questo risveglio
spirituale nel peccato e quindi in uno stato di disordine per quanto
riguarda le facoltà operative che, all'annuncio della parola, passavano
dalla potenza all'atto: essi provocarono, con il loro peccato, una ferita
profonda in tutta la natura umana.

Il peccato di Adamo ed Eva ha ferito la materia vivente da trasmettere ai
figli. Dopo il peccato originale, l'anima di ogni essere umano, anche se
creata direttamente da Dio, compie un lavoro di animazione, di sviluppo e di
formazione su di una materia vivente che è stata resa priva dei particolari
benefici di cui Dio l'aveva dotata per poter rispondere alle esigenze dell'
anima stessa: infatti tale materia è diventata corruttibile e reca in sé l'
impronta di un evidente conflitto fra le varie componenti psichiche. Dopo il
peccato originale, l'io spirituale creato da Dio, dotato di coscienza e
volontà, animando una materia vivente contaminata, subisce una situazione di
disordine, non nella sua essenza, ma nelle sue operazioni.

Per quanto riguarda l'ipotesi poligenista, è necessaria una precisazione
che faccia chiarezza su alcuni dubbi teologici che possono nascere.

In questo campo, come cattolici, possediamo solo due verità definitive e
irreformabili: ogni anima umana è direttamente creata da Dio e il peccato
originale è il peccato di Adamo ed Eva che si trasmette non per imitazione
ma per propagazione. (15)

Se l'ipotesi poligenista fosse vera il problema sarebbe soltanto quello di
scoprire il modo di conciliare questa verità naturale con le due verità
rivelate: ma, in tal caso, il problema di come conciliarle sarebbe
secondario, perché sicuramente dovrebbe esistere una conciliazione dato che
la verità non può mai contraddire la verità ( cfr Leone XIII,
Provvidentisimus Deus ).

Il caso Galileo insegna: San ....... Bellarmino, che aveva partecipato al
processo disciplinare di Galileo, aveva detto che, quando ci sarebbe stata
la dimostrazione scientifica della nuova teoria copernicana, sarebbe stato
necessario dire che certi testi della Bibbia, che sembrano contrari, non
siamo riusciti a capirli invece di dire che è sbagliato quello che viene
scientificamente dimostrato.

Già S. Agostino scriveva:-" se ad una ragione evidentissima e sicura, si
cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non
comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non
è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire non ciò che ha
trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso, come se fosse
in esse"-.

Anche per l'ipotesi evoluzionista, Pio XII invitava ad un tale lavoro di
conciliazione ( cfr Humani generis ): se il corpo umano ha origine dalla
materia vivente che esisteva prima di esso, bisogna però tenere presente il
principio secondo cui l'anima spirituale è immediatamente creata da Dio e
quindi l'anima non potrà mai essere considerata un prodotto dell'evoluzione.

Per dimostrare la propagazione del peccato originale da parte di Adamo ed
Eva, la riflessione teologica è ricorsa all'ipotesi monogenista, non
sapendo, sul momento, come conciliarla con quella poligenista e, nel fare
ricorso all'ipotesi monogenista, è dovuta ricorrere all'......o per spiegare
la genesi dell'umanità: infatti se Dio ha creato soltanto Adamo ed Eva, l'
umanità poteva crescere e moltiplicarsi solo grazie all'......o.

Per questo Pio XII scriveva nella Humani generis che, sul momento, in
merito all'ipotesi poligenista :"- (.) non appare in nessun modo come queste
affermazioni si possano accordare con quanto le fonti della Rivelazione e
gli atti del magistero della Chiesa ci insegnano circa il peccato originale
(..)"-. Le parole di Pio XII sono prudenti: escludono la poligenesi solo in
quanto comprometta la verità della propagazione del peccato originale da
parte di Adamo ed Eva. Qualora non la compromettesse sarebbe accettabile.

Un'approfondita riflessione sulla metafisica del linguaggio potrebbe
fornire il modo per conciliare l'ipotesi poligenista con le verità
rivelate, eliminando il problema dell'......o.

Se il peccato di Adamo ed Eva si trasmette per propagazione, questa
propagazione sarebbe avvenuta, inizialmente, attraverso l'annuncio della
parola effettuato da una coppia ormai decaduta e corrotta e, in seguito,
mediante la generazione: in questo caso si tratterebbe di una verità che si
aggiunge in perfetta continuità con quelle già conosciute, per meglio
spiegarle e completarle. Il pensatore cattolico Gomez Davila scriveva che,
nella Chiesa Cattolica, per rinnovare non occorre contraddire ma basta
approfondire.

Per quanto riguarda la recente ricerca scientifica e il problema della
lingua madre dell'umanità, Merrit Ruhlen, illustre linguista dell'università
di Stanford, ha elaborato la sua teoria della lingua madre in un'opera
scientifica da poco pubblicata - The mother tongue, Stanford 1997 -,
tradotta in italiano, nel 2001, dalla Adelphi, con il titolo: -L'origine
delle lingue-.

Ruhlen ha analizzato mediante un elaboratore le parole e la pronuncia
delle parole di tutte le lingue attualmente conosciute, comprese quelle
estinte: in tutto circa seimila. Il risultato è stato sorprendente: i suoni
sono simili e il significato si riconduce sempre ad un comune senso di base.

Ruhlen scrive:- la monogenesi delle lingue esistenti è ormai così evidente
che il problema del futuro non sarà stabilire che tutte le lingue del mondo
sono imparentate, ma capire perché c'è voluto tanto tempo per accorgersene-.
(16)

Joseph Harold Greenberg, sempre della Stanford University, che è
considerato il maggior storico mondiale del linguaggio, ha individuato una
radice etimologica comune a tutte le lingue del mondo. Da tale radice,
attraverso processi e modificazioni, è derivata una parola comune a tutti
gli uomini e che rivela un linguaggio originario comune: tale parola è la
parola uno.

Ruhlen dimostra anche che, le parole familiari come mama e papa, le quali
sono comuni a tante lingue, non sono frutto di una convergenza casuale
dovuta all'articolazione dei primi suoni facili ( m , p , a )
pronunciati dai bambini - teoria della metà del XX secolo dovuta al russo
Roman Jakobson- .

Dice Ruhlen che esistono termini di parentela altrettanto diffusi ai quali
l'ipotesi del linguaggio infantile non può essere applicata. In molte
famiglie, prive di reciproche relazioni - dal Vecchio mondo alle americhe -
compare, per esempio, la forma Kaka, associata a fratello, che può variare
in aka, uku, koko, ik, ki, kaai, ghuk, ghooko ecc.

Le consonanti velari o gutturali k e g non vengono imparate presto dai
bambini e non si capisce perché i bambini di tutto il mondo dovrebbero
attendere di pronunciare le velari per nominare i fratelli maggiori che
conoscono prima di poter pronunciare le velari stesse. Inoltre non esiste un
'organizzazione delle società umane che abbia stabilito di creare, in ogni
famiglia, un'associazione tra consonanti velari e fratelli maggiori. Anche
queste forme familiari sono, dunque, il risultato della comune origine delle
lingue e non di una loro convergenza.(17)

Il professor Luigi Luca Cavalli- Sforza, che è docente di genetica alla
Stanford University e che è responsabile dell'human genoma project - un
programma internazionale che si propone di catalogare il DNA di tutte le
etnie di tutti i continenti - spiega che i biologi attualmente pensano che
vi sia stata una comune origine della vita umana sulla terra. (18)

André Langaney, direttore del Musèe de l'homme di Parigi, una delle
maggiori istituzioni antropologiche, scrive :- oggi non c'è più alcun dubbio
sull'origine comune dei cinque miliardi di umani attuali da una popolazione
unica della preistoria. Dunque, una lingua madre appare come una realtà
assai coerente con questa certezza-. (19)



( Bruto Maria Bruti )









1. cfr John Eccles, Daniel Robinson, La meraviglia di essere uomo,
trad. italiana, Armando, Roma 1985, p.89

2. cfr Joseph Nuttin, Psicanalisi e personalità, trad. italiana, ed.
Paoline, Roma, 1984, pp.219-221, nota n.3 di p.220 e pp. 283-284

3. cfr Attilio Mordini, Verità del linguaggio, Volpe, Roma, 1974, p.177

4. cfr Battista Mondin, L'uomo: chi è? Elementi di antropologia
filosofica, editrice Massimo, Milano, 1982, p.35

5. cfr Vittorio Marcozzi, Le origini dell'uomo, Massimo, Milano, 1983,
p.84; cfr John Eccles, Daniel Robinson, op. cit., pp.41-42

6. cfr J. Eccles, D. Robinson, op. cit., p.24

7. cfr Guido Sommavilla, Il pensiero non è un labirinto, dialettica e
mistero, Jaca Book, Milano, 1981, pp.40-41 e p.52.

8. cfr Vittorio Marcozzi, Alla ricerca dei nostri predecessori, ed.
Paoline, Milano 1992, pp.106-110; cfr J. Eccles, D. Robinson, op. cit., pp.
22-25 e 120-122

9. cfr Gli animali possono essere empatici, Si di Gordon Gallup, Jr,
Probabilmente No di Daniel Povinelli, Le Scienze Dossier, n.1, 1999,
ristampa, pp.76-86, citazione p.86

10. Pierre-Marie Emonet O.P., Mirella Lorenzini O.P., Conoscere l'anima
umana, elementi di antropologia filosofica, edizioni Studio
Domenicano,Bologna, 1997, p.71

11. ivi, p.72

12. cfr San Tommaso d'Aquino Summa Teologica I, q.13, a 1;

13. cfr Attilio Mordini, op. cit., p.24 e pp.31-56

14. Rm 10,14

15. cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n. 419

16. cfr Nanni Ruschena, Alla ricerca di Adamo, Epoca, 24 gennaio 1997,
pp.92-96; cfr Vittorio Messori, con Michele Brambilla, Qualche ragione per
credere, Mondadori, Milano 1997, p.296

17. Merritt Ruhlen, L'origine delle lingue, trad, italiana, Adelphi,
Milano 2001, pp.135-163 ;

cfr Vittorio Messori op. cit., , pp.293-298

18. cfrLuigi Luca Cavalli - Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelfi, Milano
1996

19. cfr Vittorio Messori, op. cit., p.297