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  1. #1
    Giuseppe De Micheli Guest

    Scrofa semilanuta mediolanense

    anzitutto: una bella foto del suino murato nel Palazzo della Ragione la
    trovate a http://fc.retecivica.milano.it/RCMWE...img/scrofa.JPG

    La Storia di Milano Treccani, - Ia ed. - 1953, reca poche e scarne notizie
    sul bassorilievo. La definisce di "supposte origini celto-etrusche" ma non
    fornisce argomenti nè pro nè contro la supposizione. Si sofferma piuttosto
    sul culto del suino (maiale o cinghiale) nell'Europa Occidentale, fin
    dall'eneolitico, mentre non è rilevante nel bacino orientale (bacino
    danubiano). L'opera sostiene la provenienza occidentale dei galli che
    popolarono la pianura padana, nonostante l'affermazioine di Tito livio:
    "ipsi per Taurinus saltesque Juliae Alpis trascenderunt". Secondo Tito Livio
    inoltre, il fondatore di Milano Belloveso scese in Italia "Prisco Tarquinio
    Romae regnante" mentre altre fonti lo collocano al tempo della presa di Vejo
    e della sconfitta dei celti contro Massilia, cioè al 396 a.c. Probabilmente
    si tratta di due calate differenti: la prima, ad opera degli Insubri, che
    divennero tributari degli Etruschi. La seconda con Belloveso ai tempi di
    Vejo. Magari i galli furono chiamati proprio dagli Etruschi per servire come
    mercenari nel conflitto con Roma, ma, approfitando della debolezza etrusca
    del momento, finirono per attaccarli (sconfitta etrusca al Ticino) e si
    resero indipendenti. Che ci fossero dei celti già prima di Belloveso lo
    afferma indirettamente Livio stesso quando dice che fondò Mediolanium (con
    la i in *lanium*) in terra "Insubribus pago Aeduorum", cioè dove già degli
    Edui si erano stabiliti precedentemente.
    Tornando alla scrofa lanuta: nulla riferiscomo le fonti antiche circa
    l'eventuale influenza suina nella fondazione della città. Il bassorilievo
    della scrofa semilanuta fu ritrovato nel 1233 durante i lavori di
    costruzione del Broletto Nuovo, ripulendo l'area dai detriti accumulatisi
    nella distruzione di Milano ad opera del Barbarossa (1162). Il ritrovamento
    fu accolto con grandi manifestazioni di gioia nella città, salutato come
    felice auspicio di prosperità e il reperto fu immediatamente catalogato come
    celtico. Il simbolo della scrofa fu inserito nel gonfalone comunale e rimase
    come emblema della città finchè fu sostituito dal biscione visconteo. Tutte
    le leggende relative alla fondazione di Milano risalgono al periodo delle
    libertà comunali. Evidentemente in quel periodo l'ostilità nei confronti
    dell'Impero e del Papato già si rifletteva nella riscoperta e valorizzazione
    dell'origine celtica della città.

    Un ultima notizia che non ho potuto accertare (la Treccani non ne parla, la
    notizia l'ho trovata in pubblicazioni turistiche): l'attuale bassorilievo
    non è l'originale ritrovato, bensì una copia eseguita durante la costruzione
    del Broletto Nuovo. Non si conoscono le circostanze della perdita del
    bassorilievo originale.

    Comunque è in programma un intervento di restauro conservativo e di
    valorizzazione del manufatto (eliminazione del pluviale, illuminazione e
    ambientazione) in loco.

    That's all, folk.

    G. De M.



  2. #2
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    Giuseppe De Micheli wrote:
    > anzitutto: una bella foto del suino murato nel Palazzo della Ragione la
    > trovate a http://fc.retecivica.milano.it/RCMWE...img/scrofa.JPG


    Peccato!.. il sito non si apre.

    > La Storia di Milano Treccani, - Ia ed. - 1953, reca poche e scarne notizie
    > sul bassorilievo. La definisce di "supposte origini celto-etrusche" ma non
    > fornisce argomenti nè pro nè contro la supposizione.


    Allora non può essere preso in seria considerazione.
    Senza prove a sostegno l'origine può essere tanto celtica quanto
    mesopotamica o addirittura locale

    > Si sofferma piuttosto
    > sul culto del suino (maiale o cinghiale) nell'Europa Occidentale, fin
    > dall'eneolitico, mentre non è rilevante nel bacino orientale (bacino
    > danubiano).


    Più o meno come avevo già risposto anch'io.

    .....
    > Il ritrovamento fu accolto con grandi manifestazioni di gioia nella
    > città, salutato come felice auspicio di prosperità


    Il che conferma il simbolismo della scrofa come garante di ferilità e
    abbondanza.

    > Un ultima notizia che non ho potuto accertare (la Treccani non ne parla,
    > la notizia l'ho trovata in pubblicazioni turistiche): l'attuale
    > bassorilievo non è l'originale ritrovato, bensì una copia eseguita
    > durante la costruzione del Broletto Nuovo. Non si conoscono le
    > circostanze della perdita del bassorilievo originale.


    Cioè la copia sarebbe coeva al ritrovamento dell'originale?

    Mi sa che siamo ancora al punto di partenza.
    Mi aspettavo un intervento di PieroF....

    Ciao,

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan




  3. #3
    Giuseppe De Micheli Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Righel" <Righel.fastwebnet.it> ha scritto nel messaggio
    news:4BJZd.1659$kC3.755.tornado.fastwebnet.it...
    Giuseppe De Micheli wrote:
    >> anzitutto: una bella foto del suino murato nel Palazzo della Ragione la
    >> trovate a http://fc.retecivica.milano.it/RCMWE...img/scrofa.JPG

    >
    > Peccato!.. il sito non si apre.


    Prova con Google: scrofa lanuta. Il primo sito che dà
    Incrocinews - Settimanale online della Diocesi di Milano
    .... LA SCROFA LANUTA DI PIAZZA MERCANTI. Un reperto celtico-etrusco, ... Ma
    la
    scrofa lanuta di Milano corre oggi un grave pericolo: l'inquinamento e lo
    ....
    www.chiesadimilano.it/or4/ or?uid=ADMIesy.main.index&oid=210564 - 18k -
    Copia cache - Pagine simili

    Incrocinews - Settimanale online della Diocesi di Milano
    ... La scrofa lanuta Un reperto celtico-etrusco nel cuore di Milano Storia
    ed arte
    di santi "fantastici" I cavalieri di ...... La vera storia dei Templari
    ....
    www.chiesadimilano.it/or4/ or?uid=ADMIesy.main.index&oid=219401 - 35k -
    Copia cache - Pagine simili
    [ Altri risultati in www.chiesadimilano.it ]

    porta all'immagine della scrofa e alla petizione dei consiglieri (della
    sinistra, non della lega) per il restauro conservativo.


    >> Il ritrovamento fu accolto con grandi manifestazioni di gioia nella
    >> città, salutato come felice auspicio di prosperità

    >
    > Il che conferma il simbolismo della scrofa come garante di ferilità e
    > abbondanza.




    C'era anche un altro elemento: non erano passati ancora sessant'anni dalla
    distruzione della città ad opera del Barbarossa, e il ritrovare la scrofa
    (che forse era già un simbolo dell'autonomia comunale) è stato un po' come
    *risorgere dalle macerie*.

    Qualcosa del genere era successo anche per il ritrovamento (sempre casuale,
    avvenuto nel 386) delle ossa dei Santi Gervaso e Protaso. L'emergere di
    reperti dalla terra sembra legato ad archetipi di rinascita.

    >> Un ultima notizia che non ho potuto accertare (la Treccani non ne parla,
    >> la notizia l'ho trovata in pubblicazioni turistiche): l'attuale
    >> bassorilievo non è l'originale ritrovato, bensì una copia eseguita
    >> durante la costruzione del Broletto Nuovo. Non si conoscono le
    >> circostanze della perdita del bassorilievo originale.

    >
    > Cioè la copia sarebbe coeva al ritrovamento dell'originale?


    Già, sarebbe interessaante sapere perchè ne è stata fatta una copia. perchè
    l'originale era finita in frammenti non ricostruibili? Si era persa e si è
    andati a memoria? Era destinata a esseree conservata in altro luogo?.

    >
    > Mi sa che siamo ancora al punto di partenza.
    > Mi aspettavo un intervento di PieroF....


    Si starà senz'altro documentando. Aspettiamo fiduciosi la sua illuminazione.

    G. De M.



  4. #4
    Mario Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    Se ne parla anche nell'ultimo numero di Fragmenta, periodico del gruppo
    archeologico milanese...
    M.



    da Fragmenta numeroOTTO novembreduemilaquattro
    CELTI, PORCI E DINTORNI
    di Dario Savoia


    Il rilievo murato in un arco del Palazzo della Ragione, raffigurante
    un setoloso e zannuto suino, appartiene certamente all'epoca medievale per
    caratteri stilistici; tuttavia in passato è stato spesso ritenuto di età
    preromana, in quanto il motivo simbolico della "scrofa semi-lanuta" è legato
    al mito della fondazione della città da parte di Belloveso, in modo non
    dissimile da quello della "candida troja" che nell'Eneide segnala il luogo
    dove verrà fondata Alba Longa.
    Autori tardi (Isidoro, Claudiano, Sidonio Apollinare) lo citano come
    emblema di Milano, ricavandone una (fantasiosa) etimologia del nome della
    città: Mediolanum da medio-lanae, essendo la scrofa "lanuta in mezzo".
    Il cinghiale o il maiale domestico (dal punto di vista mitologico la
    cosa è indifferente) costituisce un motivo simbolico largamente diffuso nel
    mondo celtico e oltre, come vedremo. è solo uno degli elementi del bestiario
    mitico celtico, assieme a cervi, corvi, aquile e falchi, etc., ed è
    possibile cercare di rintracciarne il significato sfruttando sia le fonti
    archeologiche che quelle letterarie.
    Effigi di cinghiali o maiali, probabilmente con funzione apotropaica,
    sono diffuse in tutto il mondo celtico soprattutto sugli elementi di
    armamento: insegne, padiglioni di trombe da guerra (carnyx), scudi ed elmi.
    Con l'eccezione delle figurette suine punzonate sulla lama delle spade, le
    conosciamo più dall'iconografia che dal ritrovamento degli oggetti reali,
    come è il caso dei due guerrieri che portano un elmo con figura di cinghiale
    sull'apice raffigurati sul celebre calderone di Gundestrup. Sono inoltre
    frequenti le statuette votive di cinghiali o maiali, in bronzo; un tratto
    costante della raffigurazione è l'enfasi posta sul particolare della cresta
    eretta di setole sul dorso dell'animale.
    Possediamo, invece, una sola effige divina associata al motivo del
    cinghiale: una scultura in pietra da Euffigneix, in Francia, una figura
    maschile con folta chioma e torquis al collo; sul fianco sinistro è
    rappresentato in rilevo un grande occhio, mentre sul petto campeggia un
    cinghiale con la criniera eretta, orientato verticalmente.
    Contrariamente a quanto avviene per il dio-cervo, Cernunnos, a questo
    dio-..... non è associato alcun nome; tra i dati dell'epigrafia gallo-romana
    vi è forse avvicinabile la forma latinizzata Moccus (moch, nella lingua
    celtica del Galles, indica specificamente il ..... domestico). Si tratta con
    evidenza di un epiteto, ma anche Cernunnos ("il cornuto") lo è e, forse,
    entrambi sono relativi a diverse accezioni o diverse "epifanie" della stessa
    figura divina; del resto una coppa d'argento di età augustea da Lione reca
    due figure umane accompagnate l'una da un cinghiale, l'altra da un cervo.
    Di tale figura divina possiamo cercare di rintracciare i caratteri
    rivolgendoci alla letteratura medievale in lingua celtica. Si tratta di
    saghe e racconti irlandesi e gallesi che, pur attraverso secoli di
    trasmissione orale e, poi, di tradizione manoscritta passata al vaglio
    cristiano, fino ai codici (in genere dell'XI o XII secolo) sopravvissuti ai
    giorni nostri, hanno mantenuto motivi della locale tradizione mitica
    celtica, spesso con notevole freschezza. Vi si incontrano dei e dee
    evemerizzati, diventati re, regine, eroi e cavalieri.
    Così, vi compaiono almeno tre personaggi che, per opera di magia,
    subiscono metamorfosi successive tra le quali sono costanti quelle in cervo
    e in cinghiale.
    Vi compare Diarmaid O'Duibne, giovane, bellissimo e fortissimo
    guerriero, il quale "soffia" la promessa sposa Grainne (la "terribile"!) a
    Finn, il capo delle fianna d'Irlanda, e viene poi ucciso dalle "setole
    velenose" di un cinghiale portentoso. Lo stesso Finn è protagonista della
    caccia al cinghiale di Formael al Sid (tumulo sepolcrale) della Bella Donna.
    Più volte associato al simbolo del cinghiale è anche il gallese
    Pryderi, figlio di Pwyll e di Riannon, la quale possiede uccelli
    incantatori e un cavallo che risulta irraggiungibile anche se va al passo (è
    connessa con la dea gallica dei cavalli, Epona?). Tra l'altro Pryderi è
    colui che introduce i maiali domestici (moch) in Galles. Li riceve da Arawn,
    re di Annwn ("abisso": altro non è che l'Oltretomba).
    Ancora gallese è Culhwch, figlio di uno zio di Artù. Sua madre lo
    partorisce in un porcile (e viene inventata una contorta giustificazione per
    un fatto così assurdo) e viene allevato dal porcaio. Cresciuto, rifiuta di
    sposare la figlia della seconda moglie di suo padre, e la matrigna gli
    affibbia una maledizione per la quale potrà sposare solo Olwen, figlia del
    terribile gigante Yspadadden; quest'ultimo, il quale sa che verrà ucciso da
    suo genero, impone prove ritenute insuperabili a Culhwch, al cugino Artù (al
    quale Culhwch si è rivolto per aiuto) e ai cavalieri del seguito.
    La più importante consiste nello strappare tre oggetti d'oro (un
    pettine, una cesoia e un rasoio) dalla criniera della portentosa e immortale
    cinghialessa Trwyth, seguita dai suoi sette cuccioli dei quali uno è dotato
    della parola. La cosa può essere fatta solo sott'acqua, e utilizzando
    particolari cavalli e particolari cani dotati di particolari collari, il cui
    ottenimento comporta però ulteriori peripezie.
    Il simbolo del cinghiale non è certo esclusivo dei Celti; lo troviamo,
    anzi, ampiamente diffuso in ambiti indoeuropei e anche non indoeuropei.
    Nella mitologia greca si possono citare la caccia al cinghiale dell'Erimanto
    e quella alla scrofa del Crommione, protagonisti rispettivamente Eracle e
    Teseo; della caccia al terribile cinghiale Calidonio è protagonista Meleagro
    ("nero e selvaggio": è lui stesso un cinghiale) il cui fratello, Tideo, uno
    dei Sette contro Tebe, porta un cinghiale come insegna sullo scudo e indossa
    una pelle di cinghiale.
    Il terzo Avatara di Vishnu, Vahara, appunto un cinghiale, procura l'emersione
    e il consolidamento della Terra dall'oceano primordiale. Adone e il siriano
    Tammuz sono entrambi bellissimi giovani che vengono uccisi (ma poi
    risorgono) da divinità gelose sotto forma di cinghiale, a causa dei loro
    rapporti con una dea. Altrettanto accade a Osiride, ucciso da Seth sotto
    forma di cinghiale e resuscitato da Iside con la quale concepisce Horus, per
    poi diventare re dell'Oltretomba.
    Il simbolo del cinghiale appare dunque associato a personaggi giovani
    e belli, spesso valenti guerrieri, che frequentemente muoiono precocemente e
    poi risorgono o rinascono. La loro nascita o le loro unioni sono sempre
    legate a figure femminili in qualche modo irregolari: a parte eventi curiosi
    che avvengono alla nascita, compaiono rapporti illegittimi, vergini,
    matrigne, rapimenti, e così via.
    Possiamo quindi identificare anche il dio-cinghiale celtico come un
    giovane dio della vegetazione connesso al ciclo stagionale e il suo
    attributo, il cinghiale, un simbolo con forti valenze ctonie, legato alla
    dea madre e al concetto di fecondità e di rinnovamento e, dunque, per la
    mentalità antica anche all'Oltretomba.
    Nella sua redazione celtica la simbologia del cinghiale pare
    inscindibile dalla rappresentazione del dorso setoloso dell'animale. Si
    spiega così anche la caratteristica distintiva della nostra scrofa
    medio-lanuta.





  5. #5
    Piero F. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Giuseppe De Micheli" ha scritto


    > > Mi aspettavo un intervento di PieroF....


    > Si starà senz'altro documentando.
    > Aspettiamo fiduciosi la sua illuminazione.


    E' vero, mi sto documentando. Ma per ora, niente luce :-)
    Molto di quello che avrei potuto dire l'ha riportato Mario con
    quell'articolo di Fragmenta. Però siamo sempre nel campo delle
    leggende, nessuna *evidenza* come desidererebbe Righel. Appena trovo
    qualcosa di più sostanzioso, mi faccio sentire.

    --
    Piero F.



  6. #6
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    *Piero F.* ci scrive:

    > .... Però siamo sempre nel campo delle
    > leggende, nessuna *evidenza* come desidererebbe Righel.


    E' vero, non ci sono evidenze.
    L'oggetto è una copia e non sappiamo quanto fedele.
    Quindi non è possibile ipotizzarne una datazione approssimativa e senza di
    questa non ha senso tentarne un'attribuzione, tanto ai Celti quanto a
    chiunque altro.

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan



  7. #7
    Giuseppe De Micheli Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Righel" <Righel.fastwebnet.it> ha scritto nel messaggio
    newshn_d.6697$kC3.4110.tornado.fastwebnet.it...
    > *Piero F.* ci scrive:
    >
    >> .... Però siamo sempre nel campo delle
    >> leggende, nessuna *evidenza* come desidererebbe Righel.

    >
    > E' vero, non ci sono evidenze.
    > L'oggetto è una copia e non sappiamo quanto fedele.
    > Quindi non è possibile ipotizzarne una datazione approssimativa e senza di
    > questa non ha senso tentarne un'attribuzione, tanto ai Celti quanto a
    > chiunque altro.


    E' disponibile un'analisi stilistica del bassorilievo?

    a me inoltre piacerebbe accedere alle fonti che indicano:
    a) le circostanze del ritrovamento del 1233
    b) che davvero la scrofa era nell'emblema del libero comune di Milano (prima
    e/o dopo il ritrovamento?)
    c) che davvero quella attualmente murata è una copia di qualcos'altro
    d) le varie leggende sulla fondazione della città di Milano

    G. De M.



  8. #8
    p.l. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    > tuttavia in passato è stato spesso ritenuto di età
    > preromana, in quanto il motivo simbolico della "scrofa semi-lanuta" è

    legato
    > al mito della fondazione della città da parte di Belloveso, in modo non
    > dissimile da quello della "candida troja" che nell'Eneide segnala il luogo
    > dove verrà fondata Alba Longa.


    Vediamo: abbiamo un suino (femmina?) collegato con la fondazione di una
    città. Ora, che sia un suino o un uccello o un cane o altro ancora non è che
    sia la stessa cosa. Il simbolo scelto non può essere casuale. E attribuirgli
    valenze del tipo "ctonie" o di fertilità, dire che è connesso alla Dea Madre
    non aggiunge gran che, anzi rischia di fare confusione. Perché. valenza dopo
    valenza e connessione dopo connessione, si finisce per ritrovarlo anche -
    nell'ipotesi che sia esistito una cultura celtica effettiva - nella
    dimensione bellica. E magari finisce per essere un dio-..... senza che tale
    dio sia mai stato citato. La mia idea è che se andiamo in giro ad allargare
    il discorso rischiamo di non sapere più nemmeno cosa cerchiamo.
    E' chiaro che di per sé il simbolo del ..... è assai diffuso. E' una cosa
    che ho imparato qui e la prendo come un'evidenza. Dopodiché darei per
    scontato che tale simbolo ha avuto funzioni, e quindi significati, assai
    vari e non riconducibili tutti alla forma, alla figura, del simbolo stesso.
    In altri termini il simbolo può significare cose diverse in contesti diversi
    (in relazione ad altri simboli). Essendo un simbolo prodotto dagli uomini
    non è affatto detto che abbia un senso di fondo che rimanga permanente
    attraverso i secoli e nello spazio. Che è quel che accade a tutti i prodotti
    storici. In questo caso abbiamo, testimoniato da varie fonti, un legame tra
    ..... e fondazione di una città. Questo vale per Alba e per Milano. Il che,
    coerentemente con le fonti mi pare, accredita la tesi che tale simbolo
    avesse forti radici nel mondo pre-romano. Era un'ipotesi ragionevole ma mi
    sembra che ora possa essere più di un'ipotesi. A questo punto credo che
    occorrerebbe sapere, più che la ricostruzione storica dei modelli stilistici
    del maiale, se il maiale di Milano è femmina (come ad Alba e Lavinio) o
    maschio. A naso, la mia è un'ipotesi, direi che a Milano è maschio. E'
    maschio anche se è femmina: intendo cioé che non sono evidenziate le
    caratteristiche di femminilità. Nel Lazio pre-romano la scrofa è femmina e
    madre. A Milano non è madre ed è lanuta. La lana sta a posto dei maialini. E
    ci sta per dire una cosa diversa chiaramente. Nel Lazio la scrofa consente,
    nel tempo mitico, di fondare delle città "sagliate". Le tradizioni che ho
    sono tutte romane e il senso è quello di dire che sia Lavinio, sia Alba
    sono, rispetto a Roma, delle città incomplete, imperfette. La scrofa è
    collegata con una narrazione "sbagliata" (sono i romani a disegnarla
    sbagliata ovviamente) della regalità. Non si riesce a far nascere una
    dinastia come si deve nonostante gli sforzi. Per cui, posto che la scrofa
    sia stata un simbolo antico, qui ha questo senso: la scrofa fa nascere una
    città, i maialini sono collegati con la dinastia, questa dinastia è
    sbagliata, e la città fondata dalla scrofa e legata a quella dinastia non
    va.
    Dal punto di vista romano (repubblicano) è chiaro che l'errore è aver
    insistito nel voler avere una dinastia.
    A Milano la città va, eccome se va. Quindi non ci possono essere i maialini.
    Al loro posto c'è la lana (e dunque è inutile che il maiale sia femmina).
    Cosa significhi la lana... è ciò che cercherei!
    marco



  9. #9
    Piero F. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Giuseppe De Micheli" ha scritto

    > E' disponibile un'analisi stilistica del bassorilievo?


    Sto preparando un post lunghetto sull'arte celtica e in particolare
    sull'importanza del maiale nelle raffigurazioni simboliche. A occhio,
    la scrofa del bassolirievo sembra rientrare nei canoni estetici tipici
    dai celti. L'unica cosa che mi lascia perplesso è l'uso del
    bassorilievo, perché le figure di animali trovate finora sono tutte
    tridimensionali...

    > a me inoltre piacerebbe accedere alle fonti che indicano:
    > a) le circostanze del ritrovamento del 1233


    Se vai ancora in biblioteca, prova a consultare il De Magnalibus
    Mediolani, di Bonvesin de la Riva. A me pare di ricordare che Ludovico
    Muratori, nella sua Storia di Milano, si fosse rifatto al Bonvesin per
    il periodo comunale.


    > b) che davvero la scrofa era nell'emblema del libero comune
    > di Milano (prima e/o dopo il ritrovamento?)


    A questo punto credo prima del ritrovamento, perché i Visconti
    adottarono il biscione (il cui originale si trova in S.Ambrogio) entro
    qualche decennio, diciamo a cavallo tra il XIII e il XVIII secolo.

    > c) che davvero quella attualmente murata è una copia di

    qualcos'altro

    Questo non sono stato in grado di accertarlo (finora)

    > d) le varie leggende sulla fondazione della città di Milano


    Entreranno anche quelle nel post che sto preparando :-)

    --
    Piero F.



  10. #10
    Piero F. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    Come promesso, mi sono documentato per tentare di dare una risposta al
    "mistero della scrofa milanese".
    Purtroppo non ho trovato nulla di certo e comprovato. Ciò che è stato
    scritto finora è tutto quello che si trova normalmente sulle origini
    del bassorilievo di Piazza Mercanti. E' una copia di un lavoro più
    vecchio? Parrebbe di sì, la copia risalirebbe al XIII secolo. A quando
    risaliva l'originale? Impossibile a dirsi, ma sembra da escludere che
    sia di epoca preromana. Era un simbolo celtico? Molto probabilmente,
    come cercherò di dimostrare: però il bassorilievo era una tecnica che
    i Celti appresero dai Romani, a quanto pare.
    Cercherò di strutturare questo intervento in modo che emergano almeno
    degli indizi, sui quali costruire ipotesi.

    1. IL MAIALE E LA SUA SIMBOLOGIA NEL MONDO ANTICO E MEDIEVALE

    Animale dai significati ambigui e contraddittori nella cultura
    mediterranea, il maiale accompagna tutta la storia dell' umanità se è
    vero che la sua domesticazione risale al neolitico e se poi compare
    sempre nei momenti cruciali e rituali della vita dell' uomo: il
    sacrificio agli Dei, il banchetto nuziale, la festa del carnevale.
    Segno di abbondanza e di amicizia, esso diventa presto simbolo di
    brutalità e di sfrenata libidine, nemico dell' uomo come incarnazione
    del demoniaco.
    Inserito nella sfera del sacro e proprio per questo caricato di una
    metaforicità positiva e negativa, il maiale appare simile all' uomo
    non solo nella sua anatomia, ma nei suoi stessi costumi che permettono
    immediate trasposizioni: i suoi nomi, come ....a e ....., ben servono
    per caratterizzare comportamenti depravati e libidinosi di donne e
    uomini, con riferimento costante alla sfera della sessualità. Peraltro
    in greco il termine che designava la scrofa ricorre come metafora del
    ..... femminile: "É il momento di far pascolare la scrofa", dice la
    giovinetta Guatena al ragazzo che si è infilato nel suo letto, secondo
    quanto racconta Ateneo ne I filosofi a banchetto.
    Non solo simbolo di sessualità dissoluta, ma incarnazione del male e
    del demonio nella tradizione cristiana - che ben ricorda l' episodio
    evangelico dei demoni, scacciati dai corpi degli uomini ed entrati in
    quelli dei porci -, il maiale in pie tradizioni agiografiche si
    presenta non più come il tentatore, ma come compagno fedele di santi:
    il più celebre è quell' Antonio Abate - già porcaro - che solo con l'
    aiuto di un porcellino, a lui sempre vicino, riesce a mettere a
    soqquadro l' Inferno per trarne il fuoco - nuovo Prometeo - di cui
    dotare i mortali. Non a caso i maiali allevati dall' ordine dei
    regolari agostiniani di Sant' Antonio avranno per secoli il diritto di
    circolare liberamente - per plateas et vicos - nutriti a spese della
    comunità come bestie sacre.

    Malgrado la sua utilità, anzi centralità tanto nell' alimentazione
    quotidiana e nell' economia come nell' immaginario collettivo, il
    ..... subirà le più spregevoli trasposizioni metaforiche nel Medioevo,
    che pure lo ha immortalato nei lavori dei mesi scolpiti sui portali
    delle cattedrali: vittima di un' antica maledizione biblica e
    coranica, il maiale è caricato dei peggiori significati simbolici,
    utilizzando quanto di più negativo poteva rappresentare la sua natura
    e la sua vita: "..... cioè s....., inghiotte anche il fango", scrive
    Rabano Mauro nell' Universo, grande enciclopedia del sapere
    altomedievale; "I porci indicano i peccatori immondi e gli eretici",
    "porci sono gli uomini immondi e lussuriosi come pure gli immondi
    spiriti"; tutti i vizi capitali si concentrano nell' umile maiale che
    neppure riesce a impetrare perdono con le sue lacrime perché "anche le
    sue lacrime sono sporche". Del resto proprio la sua sporcizia lo
    destina a simbolo della radicale malvagità dell' uomo: "Il genere
    umano - scriveva Rodolfo il Glabro - è incline fin dall' origine al
    male come una scrofa che si lava guazzando nel fango". Persino nelle
    immagini oniriche medievali il maiale si presenterà sempre con
    significati negativi, né valse a riscattarlo l' essere associato ad
    alcuni santi, come il martire Biagio o Sant' Antonio Abate.
    [Tullio Gregory, "Elogio del maiale", in Il Sole 24 Ore, 3 gennaio
    1999]



    Nella vita e nell'economia dei Celti, l'allevamento del bestiame aveva
    parte ben più cospicua della caccia, cosa già posta in rilievo da
    autori antichi, come Strabone, e confermata anche dalle ossa animali
    restituite da stanziamenti celtici: in questi campioni ossei, la
    percentuale di animali selvatici è risultata oscillante dallo 0,2 al 5
    per cento del totale. Tuttavia, non mancano differenze, sotto questo
    profilo, tra i tipi di stanziamento. In un oppidum, per esempio in
    quello di Manching, la caccia non aveva evidentemente luogo su larga
    scala, dal momento che gli animali selvatici della zona erano stati
    sterminati e i coltivi erano di vasta estensione, mentre cacciavano di
    più gli abitanti di piccoli villaggi, specialmente in regioni lontane,
    con dense foreste.
    L'allevamento dei Celti rispondeva al tipico quadro delle popolazioni
    stanziali: le specie più ampiamente rappresentate erano suini e
    bovini: i primi costituendo i loro principali animali da carne,
    servendo gli altri per il traino e quali principali produttori di
    latte. 1 suini non potevano essere condotti a pascolare a grandi
    distanze, e i bovini, essendo lenti, potevano percorrere solo brevi
    distanze. Nel libro IV della sua Geografia, Strabone afferma che
    l'alimentazione dei Celti ''consiste in latte e vari tipi di carne,
    soprattutto quella di maiale, fresca e salata'', soggiungendo che
    esportavano grandi quantitativi di carni salate non solo a Roma, ma
    anche in altre regioni d'Italia. Pecore e capre erano un po' più rare,
    e pochissimi i cavalli, sebbene i Celti a quei tempi fossero celebri
    come cavalieri. Non mancavano i cani, sia pure in numero ridotto, e
    una specie della moderna fauna domestica di particolare importanza, il
    pollo, anch'esso tipico della vita sedentaria, svolgeva del pari un
    certo ruolo nell'allevamento dei Celti i quali anzi, dopo che la
    specie era stata introdotta dagli Sciti, l'avevano a loro volta
    diffusa nell'Europa centrale e occidentale.

    Per i maiali, benché, stando alla descrizione di Strabone,
    ''scorrazzassero liberamente a branchi per le campagne e spiccassero
    per le loro grandi dimensioni, rapidità e forza, sicché per gli
    stranieri e persino per i lupi era pericoloso avvicinarli", La Tène è
    probabilmente l'unico stanziamento celtico in cui sia stato possibile
    dimostrare un incrocio tra suini domestici e selvatici, con la
    produzione di esemplari di dimensioni maggiori, probabilmente dotati
    di notevole aggressività.
    In tutti gli altri siti sono stati ritrovati suini primitivi, di
    piccole dimensioni, in effetti i più piccoli dell'intero periodo
    protostorico, con un'altezza al garrese che di rado raggiungeva i
    settanta centimetri, Proprio le loro dimensioni ridotte permettono di
    distinguerne facilmente i resti da quelli dei grossi suini selvatici.
    La loro struttura era assai simile a quella dei maiali neolitici
    ''delle torbiere'', sebbene fossero sostanzialmente più piccoli. Il
    loro cranio era simile, quanto a forma, a quello dei loro equivalenti
    selvatici, ma assai più piccolo e alquanto più breve, e in certi casi
    il profilo risultava addirittura concavo. Siccome al raccorciamento
    del cranio, soprattutto per la regione naso-facciale, fa seguito solo
    con un certo ritardo una diminuzione dimensionale dei denti che
    costituiscono le parti del corpo animale più conservative, accadeva
    non di rado che mascelle raccorciate presentassero denti grossi, e ciò
    accadeva soprattutto con i premolari, perché in corrispondenza di
    questi la diminuzione della mandibola era di maggiore entità.
    Il corpo era probabilmente coperto di spesse, fitte setole, come
    risulterebbe da certe figurine ritenute di cinghiali a causa delle
    zanne e della cresta villosa sopra la spina dorsale. Tuttavia, ancora
    adesso cinghiali domesticati presentano grosse zanne, che gli
    allevatori tagliano perché pericolose, e d'altra parte la cresta
    villosa non di rado si ha anche in suini domestici primitivi (ne
    abbondano esempi nei Balcani). La coda arricciata di queste figurine è
    però una tipica caratteristica frutto di domesticazione, e se ne deve
    concludere che l'artista intendeva rappresentare un cinghiale
    domestico oppure che non fosse abbastanza al corrente della differenza
    tra cinghiale domestico e selvatico.

    Il maiale era l'unico animale domestico la cui esclusiva destinazione
    era quella di fornire carne. Stando a Columella, i Celti esportavano
    carni di ..... in grandi quantità non soltanto a Roma ma anche verso
    altre regioni d'Italia.
    Questo sfruttamento dei suini negli stanziamenti celtici, trova
    esplicita conferma nel fatto che gran parte di essi veniva uccisa in
    età giovanile, un'alta percentuale in età subadulta (secondo e terzo
    anno), e soltanto un piccolo quantitativo veniva risparmiato più a
    lungo a scopi di allevamento. Gran parte dei maschi veniva sgozzata in
    giovane età , mentre le femmine subadulte venivano fatte partorire
    lattonzoli nel loro secondo e terzo anno d'età , ragion per cui
    venivano uccise solo in un secondo tempo.
    Tra i maiali adulti, le femmine costituivano quindi la maggioranza più
    o meno netta. Il maiale aveva un ruolo importante anche nelle credenze
    religiose celtiche. Veniva spesso sacrificato o seppellito con il
    defunto (come risulta per esempio da quarantanove tombe della
    necropoli celtica di Màtraszöllös in Ungheria), a volte intero o per
    metà , ma più spesso in sezioni, per esempio prosciutti con relative
    ossa. E' certo che le figurine rappresentanti cinghiali hanno
    anch'esse significato religioso o totemico.
    [Sandor Bökönyi, "L'allevamento presso i Celti", in "I Celti",
    Bompiani 1991]



    2. LE ORIGINI CELTICHE DI MILANO

    Le diverse popolazioni celtiche, che nel IV e III secolo a.C,
    abitarono la vasta regione denominata Insubrium, si configurano come
    le eredi dirette delle precedenti comunità di Golasecca.
    La ricostruzione di Livio che sinteticamente narra dell'arrivo di
    Belloveso con "Biturigi, Alverni, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti,
    Aulerci'' (Livio, V,34) nell'Italia nordoccidentale, dove la regione
    era chiamata da tempo immemorabile Insubrium (come un pagus degli
    Edui, fino ad allora Celti transalpini), esprime bene la coscienza di
    una stratigrafia del popolamento di lunga data, parallela a quella
    delle regioni a Sud del Po abitate da Etruschi, Umbri e Liguri. Il
    buon auspicio portò alla fondazione di Mediolanium.
    Gli scavi urbani a Milano mostrano sorprendentemente l'antichità del
    centro che nel nome cela il ruolo di perno politico degli Insubri. Il
    processo di sovrapposizione di nuovi arrivati alle comunità
    preesistenti sfugge ancora nei suoi esatti termini archeologici.
    [Daniele Vitali, "I Celti in Italia", in "I Celti", Bompiani 1991]


    La notizia più importante della relazione liviana riguardante la
    presunta prima invasione «ai tempi di Tarquinio Prisco», è che gli
    invasori entrarono nel territorio degli Insubri e vi fondarono
    Mediolan(i)um, ossia Milano. La scelta del luogo (felicissima, come
    avrebbe dimostrato la storia fino ai nostri giorni) sarebbe stata
    motivata da ragioni sentimentali: avendo saputo che quell'area si
    chiamava Insubrio (ossia «terra degli lnsubri»), termine che ricordava
    loro il nome di una tribù degli Edui transalpini, decisero di fondarvi
    il loro insediamento.
    Questo fa pensare che si trattasse di una impresa coloniaria in piena
    regola che aveva addirittura come obiettivo la fondazione di una
    città, un tipo di operazione che fino a quel momento era appannaggio
    esclusivo dei Greci e dei Fenici.
    Gli strati più profondi di Milano sono stati raggiunti in modo
    parziale in occasione degli scavi della metropolitana ed è stato
    possibile ipotizzare l'estensione dell'insediamento insubre in ragione
    di circa dodici ettari: un'estensione assolutamente rispettabile, ma
    per ora non abbiamo elementi per delineare con esattezza i caratteri
    della prima fondazione della città che un giorno sarebbe divenuta una
    delle capitali dell'lmpero romano anche se non si può escludere che in
    futuro non possano emergere tracce delle più antiche strutture.
    In ogni caso Plinio (III, 125), rifacendosi alle Origines di Catone,
    afferma che i fondatori di Milano furono gli Insubri (un popolo che
    per comune ammissione viene riconosciuto come discendente da
    Golasecchiani). Se questo è vero si potrebbe pensare ad una evoluzione
    autonoma degli Insubri che si sarebbero convertiti ad un tipo di
    insediamento di carattere urbano elaborato sugli influssi e sulla
    contiguità con le altre civiltà urbàne della Penisola fra il Vl e il V
    secolo a.C., ed eventualmente ad una rifondazione congiunta con Celti
    transalpini. Questo potrebbe spiegare i legami che unirono in età
    successive soprattutto i Boi agli Insubri.
    [Venceslas Kruta e Valerio Manfredi, "I Celti in Italia", Mondadori
    1999]


    Quando le ruspe cominciarono ad aprire voragini nelle viscere di
    Milano per dar spazio alla metropolitana, apparve un' altra città. Si
    chiamava Mediolanum ed era la capitale di un impero. I reperti, gli
    archi, le strade, i muri, le fondamenta e tante altre reliquie
    risentirono il soffio dell' aria. Nel 1960 - si scavava per la linea 1
    sotto gli occhi esperti dell' ingegnere Giuseppe Torno - in corso
    Vittorio Emanuele apparve un arco di ponte in mattoni provinciali. Nel
    1982 - era la volta della linea 3 - in piazza Duomo ecco le pietre di
    una strada romana.
    Giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, si è andata formando una precisa
    topografia della Milano romana. Era una Milano con le Terme (se ne
    stavano tra le attuali piazza Beccaria, corso Europa e corso Vittorio
    Emanuele), con il Forum, con infinite basiliche, con un grande
    Theatrum (che si trovava tra le odierne via Meravigli e via Santa
    Maria della Porta), con le sue mura. Ora una monografia intitolata
    appunto Milano Romana, dovuta a Mario Mirabella Roberti,
    soprintendente dal 1953 al 1973 alle antichità della Lombardia, grazie
    ad una notevole documentazione iconografica e planimetrica, permette
    di ""visitare"" la Milano che fu.
    Si comincia dalle più remote reliquie. Il primo reperto è costituito
    da una serie di punte di frecce e lame di selce, rinvenute presso la
    chiesa di San Giovanni in Conca nel 1888, risalente al terzo millennio
    a.C. Allora, nella zona dell' attuale Milano, doveva avere particolare
    sviluppo - come in buona parte d' Italia - l' agricoltura e iniziava
    la metallurgia.
    Poi i primi insediamenti, i primi contatti. Quello di una certa
    importanza dovette avvenire con la cosiddetta ""civiltà di Golasecca""
    come è provato dalla scoperta di tombe, avvenuta nel 1887 nei pressi
    della via Francesco Sforza, corredate da anelli a globetti e fibule a
    sanguisuga, tipici della tarda fase di quella civiltà che ha lasciato
    intense necropoli nella fascia collinare e nelle valli subalpine. Gli
    insediamenti diventano col passare del tempo un riferimento. Il
    riferimento diventa villaggio, poi città, punto strtategico; diventa
    zona caratteristica, citazione.
    E' impossibile nello spazio concessoci percorrere tutte le tappe di
    una città come la Milano romana, ma il lettore la deve immaginare
    legata ai Galli, a Cesare, a Verrone, che nel De re rustica esalta i
    vigneti del Milanese, quindi al cristianesimo, ai primi drammi deell'
    impero. Milano fu anche la capitale di un impero che moriva.
    Il lavoro di Mario Mirabelli Roberti è un felice inventario delle
    mura, deegli edifici di una semplice moneta ritrovata (vi sono, ben
    inteso, anche i ritrovamenti importanti, tra i quali, spicca il
    ripostiglio di monete padane ritrtovato nel 1936 in piazza Fontana,
    comprendente almeno 359 dramme di sette tipi). Ci si accorge così di
    ciò che fu Milano. Doveva avere monumenti e importanza poco meno di
    Roma. Del resto dall' età di Augusto in poi non fece che migliorare la
    sua posizione (Svetonio attesta la frequente presenza di questo
    imperatore durante le campagne contro le genti alpine). Nell' età di
    Adriano e di Marco Aurelio era una città di 40-50.000 abitanti, dediti
    soprattutto all' industria e al commercio della lana (sagarii,
    tessitori di mantelli), del lino (linarii), delle pelli
    (pellicciarii). Lo apprendiamo leggendo le epigrafi. Poi S. Ambrogio e
    Valentiniano II, che muore a Vienna nel 392, viene portato a Milano e
    sepolto nel mausoleo di Massimiano, in un laborum purpureo (forse è
    quello ora conservato in Duomo).
    A conclusione ricordiamo la Zecca. Nota Mirabella Roberti: ""I nomi di
    via Moneta e via Zecca Vecchia sono orientativi di un edificio
    pubblico ben definibile"". E aggiunge la testimonianza di un documento
    dell' 879 (""forum publicum non longe a moneta"") e di Ausonio, che
    ricorda l' ""opulens moneta"". La Zecca romana era in una zona dove
    ora vi è la Borsa e la Banca d' Italia, forse si affacciava sul foro.
    In questo caso, Milano, non è cambiata molto.
    [Aurora Marsotto, "Sotto, sotto è un' altra città", in Il sole 24 Ore
    del 4 novembre 1984]

    3. ORIGINE DEL NOME MEDIOLANUM

    Tra le varie ipotesi che sono state avanzate sul nome Mediolanum, la
    più famosa è forse quella che fa riferimento alla scrofa "lanuta a
    metà", o, in latino maccheronico, di "medio lanum". Un filologo non
    avrebbe difficoltà a negare una tale costruzione linguistica. Più
    corretta è sembrata, per molto tempo, la versione che suggeriva il
    significato "in mezzo alla pianura", ottenuta supponendo che *lanum*
    fosse la parola celtica corrispondente al *planus* latino. In lingua
    spagnola si dice tuttora *llano* (forse di derivazione celtibera), per
    cui l'espressione MEDIO LLANO significa davvero "in mezzo alla
    pianura".
    Ma gli studi comparativi sull'indoeuropeo sembrano far derivare
    "pianura" dalla radice PELA, perciò quell'ipotesi è stata abbandonata
    da tempo. La più accreditata, attualmente, sembra la seguente:

    Dal punto di vista toponomastico Mediolan(i)um è parola celtica che
    significa «Il centro del territorio» e probabilmente si riferisce
    all'usanza celtica di insediamenti suddivisi in quattro pagi, termine
    latino che significa «villaggio» e che noi potremmo interpretare come
    «cantone». Ognuno dei quattro cantoni rinunciava a una porzione del
    proprio territorio per costituire una specie di sede centrale che
    fungeva da centro politico, economico, religioso e cerimoniale
    dell'intera comunità.
    E' probabile che il termine Mediolan(i)um designi appunto dei centri
    religiosi federali, nel qual caso il toponimo avrebbe un senso analogo
    a quello del mundus latino o dell' omphalos (ombelico) greco.
    Toponomastica analoga si conserva anche nella Gallia transalpina: è il
    caso di Mediolanum Santonum (Saintes) e Mediolanum Aulercorum
    (Evreux). E' interessante notare in questo caso che gli Aulerci del
    ramo cenomane erano appunto, secondo la testimonianza di Livio, fra
    gli invasori della prima ondata.
    Come si vede il quadro è assai complesso ed è difficile giungere ad
    una conclusione sicura, soprattutto a causa della insufficienza delle
    testimonianze archeologiche.
    [Venceslas Kruta e Valerio Manfredi, "I Celti in Italia", Mondadori
    1999]

    A titolo di curiosità, tra le tante leggende che si sono tramandate
    nei secoli, ve n'è una che vorrebbe Mediolanum fondata dal mitico
    condottiero gallico Belloveso, il quale aveva due luogotententi di
    nome Medo e Olano, ognuno a capo di un accampamento (oppidum)
    adiacente l'uno all'altro; e dunque la città nacque dall'unione dei
    due accampamenti, assumendone pure il nome (come secoli più tardi
    Buda-Pest). Naturalmente è un'ipotesi completamente campata in aria,
    ma per completezza è citata, insieme alle altre, nella "Storia de
    Milàn" scritta in vernacolo da ....... Colombo (1927).

    A questo punto, rimane irrisolto il mistero della scrofa (se è una
    scrofa!) di Piazza Mercanti. La sua "stranezza", rispetto ai modelli
    celtici, è la "cresta" villosa che copre solo metà del dorso, mentre i
    modelli di maiale - o cinghiale - trovati nei siti archeologici
    celtici, presentano una cresta completa, a volte stilizzata. Si vedano
    le immagini da me selezionate, a questo indirizzo:
    http://tinypic.com/view.html?pic=29vsbd
    Però, come scrive Sandor Bököny a proposito dell'allevamento dei suini
    presso i Celti, esistevano varietà domesticate che conservavano solo
    parzialmente la cresta villosa. La "nostra" scrofa potrebbe essere di
    una di quelle varietà.
    Ulteriore perplessità è rappresentata dalla tecnica del bassorilievo:
    se si datasse il manufatto al III secolo a.C., come prodotto
    dell'Insubria pre-romana, ci si scontrerebbe con la totale assenza di
    testimonianze di quest'arte nel mondo celtico.
    Accanto alle immagini di cinghiali ho aggiunto uno dei più antichi
    bassorilievi sicuramente celtici, ma è del II secolo DOPO ....... Si
    dovrebbe perciò dedurre che il simbolo milanese è di probabile età
    imperiale, forse riferentesi a preesistenti leggende celtiche, ma
    senza nessuna certezza che si tratti di arte celtica piuttosto che che
    di arte romana.

    --
    Piero F.



  11. #11
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    *Piero F.* ci scrive:

    ....
    > Cercherò di strutturare questo intervento in modo che emergano almeno
    > degli indizi, sui quali costruire ipotesi.


    Bell'intervento!... congratulazioni.
    Il problema è che però hai praticamente chiuso l'argomento, tanto sei stato
    esaustivo.
    E restiamo con la curiosità del primo momento: potrebbe anche essere ma non
    ci sono prove.

    > .... i suoi nomi, come ....a e ....., ben servono
    > per caratterizzare comportamenti depravati e libidinosi di donne e
    > uomini, con riferimento costante alla sfera della sessualità.


    E qui spunta un altro enigma, che però probabilmente enigma non è se non per
    la mia ignoranza specifica.
    Quando e perché la città di Ilio fu denominata ....a?


    > il più celebre è quell' Antonio Abate - già porcaro - che solo con l'
    > aiuto di un porcellino, a lui sempre vicino, riesce a mettere a
    > soqquadro l' Inferno per trarne il fuoco - nuovo Prometeo - di cui
    > dotare i mortali.


    Secondo Omero è un porcaro, fedele al suo re, ad aiutare Odisseo nel
    ristabilire il regno ed a compiere quella vendetta che sa tanto di reazione
    a una hybris.
    Ma i pure in porci furono mutati i compagni dell'eroe da Circe.

    .....
    > ... tutti i vizi capitali si concentrano nell' umile maiale che
    > neppure riesce a impetrare perdono con le sue lacrime perché "anche le
    > sue lacrime sono sporche".


    Il maiale emette lacrime? Non lo sapevo.


    > .... Il maiale aveva un ruolo importante anche nelle credenze
    > religiose celtiche. Veniva spesso sacrificato o seppellito con il
    > defunto (come risulta per esempio da quarantanove tombe della
    > necropoli celtica di Màtraszöllös in Ungheria), a volte intero o per
    > metà , ma più spesso in sezioni, per esempio prosciutti con relative
    > ossa.


    Questa conclusione mi lascia un attimo perplesso.
    Un seppellimento in cui sono presenti parti del maiale e sicuramente oggetti
    di corredo del defunto significa, per me, che si vuole lasciare al morto di
    che nutrirsi, non che il maiale sia particolarmente sacro. Altrimenti
    dovremmo caricare del medesimo significato religioso anche le tazze ed i
    vasi del corredo, che tra l'altro a volte sono volutamente spezzate così
    come il maiale viene sezionato.

    > Ulteriore perplessità è rappresentata dalla tecnica del bassorilievo:
    > se si datasse il manufatto al III secolo a.C., come prodotto
    > dell'Insubria pre-romana, ci si scontrerebbe con la totale assenza di
    > testimonianze di quest'arte nel mondo celtico.


    Be', c'è sempre una prima volta!

    Grazie,

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan



  12. #12
    GRIMGOR Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    Righel il 21 mar 2005 ha detto:

    > Il maiale emette lacrime? Non lo sapevo.


    Generalmente gli animali terricoli secernon lacrime, questo perchè il
    liquido lagrimale serve a molte funzioni, tra cui lubrificare la palpebra,
    altrimenti sarebbe carta vetro.


  13. #13
    Mario Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Giuseppe De Micheli" <giuseppe.demicheli.fastwebnet.it> ha scritto nel
    messaggio news:mczZd.169$kC3.117.tornado.fastwebnet.it...
    > anzitutto: una bella foto del suino murato nel Palazzo della Ragione la
    > trovate a http://fc.retecivica.milano.it/RCMWE...img/scrofa.JPG


    La mia opinione è che si tratti semplicemente della copia di un'insegna
    commerciale riferita ad un'attività di spaccio di salumi caratterizzata dal
    fatto di utilizzare come materia prima gli incroci tra suino domestico e
    selvatico. Lo immagino il punto vendita di un salumificio impiantato da
    etruschi mantovani specializzati nella salatura di quarti posteriori, con
    magari un imbarcadero sull'ora interrato Nirone, un magazzino e uno spaccio
    fluviale, con una storia di successo regionale. All'epoca del caso Parmalat
    inquadravano spesso la targa in marmo novecentesca del nonno del patron
    dell'azienda: 'Calisto Tanzi e Figli Salumi e Conserve'
    Tuttora poco lontano c'è Peck, forse la più prestigiosa salumeria
    d'Europa....

    M.



  14. #14
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    *GRIMGOR* ci scrive:

    > Generalmente gli animali terricoli secernon lacrime, questo perchè il
    > liquido lagrimale serve a molte funzioni, tra cui lubrificare la palpebra,
    > altrimenti sarebbe carta vetro.


    Sì, capisco...
    Da ragazzo avevo un cane, un gatto e una tartaruga. Ma non li ho mai visti
    piangere.
    Si vede che erano felici

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan



  15. #15
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    *Mario* ci scrive:

    > La mia opinione è che si tratti semplicemente della copia di un'insegna
    > commerciale riferita ad un'attività di spaccio di salumi


    Sai che non è niente male, come ipotesi?

    Ciao,

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan



  16. #16
    GRIMGOR Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    Righel il 22 mar 2005 ha detto:

    > *GRIMGOR* ci scrive:
    >
    >> Generalmente gli animali terricoli secernon lacrime, questo perchè il
    >> liquido lagrimale serve a molte funzioni, tra cui lubrificare la
    >> palpebra, altrimenti sarebbe carta vetro.

    >
    > Sì, capisco...
    > Da ragazzo avevo un cane, un gatto e una tartaruga. Ma non li ho mai
    > visti piangere.
    > Si vede che erano felici


    Beati loro :-)

  17. #17
    Piero F. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Righel" ha scritto

    > Bell'intervento!... congratulazioni.
    > Il problema è che però hai praticamente chiuso l'argomento,
    > tanto sei stato esaustivo.


    Grazie del complimento, ma io pensavo (speravo!) di aprire un dibattito,
    non di metterci su una pietra tonbale! Ciò che ho postato aveva lo scopo
    di fornire materiale per teorie, congetture, supposizioni...

    > E restiamo con la curiosità del primo momento: potrebbe
    > anche essere ma non ci sono prove.


    Appunto. Pensa se avessi portato *prove*. Allora sì che ammazzavo la
    discussione :-))


    > E qui spunta un altro enigma, che però probabilmente enigma
    > non è se non per la mia ignoranza specifica.
    > Quando e perché la città di Ilio fu denominata ....a?


    Non è che sia una nozione tanto facile: me lo sono chiesto anch'io per una
    vita. Tutto ciò che so è che la regione nella quale sorgeva Ilio era
    chiamata Troade, e che le recenti scoperte archeologiche su documenti
    ittiti, avrebbero individuato i nomi di Wilusa e Taruisa rispettivamente
    per Ilio e per Troade.
    Lo schema per cui col nome di una regione si designa una città, non è
    frequente ma nemmeno rarissimo. Questione di desinenze, e di successivi
    decadimenti delle stesse, soprattutto nel passaggio da una lingua
    all'altra.
    Comunque il nome ....a non deriva dalla femmina del maiale:-)
    Parrebbe il contrario, invece. Giacomo Devoto fa derivare l'appellativo
    *....a* dato alla scrofa, dal latino medievale "porcus ....anus", vale a
    dire la porchetta ripiena. All'apparenta "liscia", ma che nasconde nel
    proprio ventre altri ingredienti, come il cavallo di ....a nascondeva i
    guerrieri greci :-)
    Forse non tutti sanno che esiste in Puglia una cittadina di nome ....a (vi
    nacque Salandra, primo ministro all'epoca della I guerra mondiale), e
    tempo fa ne avevo narrato brevemente la storia in free.it.storia.medioevo.
    Le donne del posto non sembrano fare molto caso al nome. Di dove sei?
    ....a, rispondono senza esitare <g>

    --
    Piero F.



  18. #18
    Mario Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Piero F." <mailander.people.it> ha scritto
    .. Giacomo Devoto fa derivare l'appellativo
    > *....a* dato alla scrofa, dal latino medievale "porcus ....anus", vale a
    > dire la porchetta ripiena. All'apparenta "liscia", ma che nasconde nel
    > proprio ventre altri ingredienti, come il cavallo di ....a nascondeva i
    > guerrieri greci :-)


    Esatto! Insisto col mio rugginoso rasoio di Occam... la spiegazione più
    semplice è quella salumieristica...
    M.

    http://spazioinwind.........../latino...traduzione.htm

    40 Non sapevamo ancora cosa dovessimo immaginare, quando da fuori della sala
    si leva un grande baccano, ed ecco che dei cani della Laconia entrano e si
    mettono a correre all'impazzata intorno alla tavola. A ruota arriva una
    grossa teglia sulla quale giganteggia un enorme cinghiale con in testa un
    berretto da liberto: alle sue zanne sono appesi due piccoli cestini di palma
    intrecciata, pieni uno di datteri freschi e l'altro di secchi. Tutto intorno
    c'erano dei maialini di pasta di mandorle che, essendo attaccati più o meno
    alle mammelle, facevano capire che si trattava di una femmina. Ce li
    regalano, da portarli poi via a fine cena. A tagliare il cinghiale non si
    presenta quel Trincia che aveva fatto le parti coi polli, ma un energumeno
    barbuto con le gambe fasciate e un mantello damascato sulle spalle.
    Impugnato un coltello da caccia, il tipo cala un colpo tremendo nel fianco
    del cinghiale e dallo squarcio ne esce uno stormo di tordi in volo. Ma lì
    c'erano già pronti gli uccellatori con tanto di canne, e in un battibaleno
    li riacciuffano mentre quelli svolazzano per la sala. Dopo aver ordinato di
    darne uno a ogni invitato, aggiunge: «Guardate un po' che ghiande prelibate
    si pappava quel ..... selvatico!». Due schiavetti afferrano i cestini che
    pendevano dalle zanne del cinghiale e distribuiscono agli invitati i datteri
    freschi e quelli secchi. |[continua]|

    41 Nel frattempo, appartato com'ero nel mio cantuccio, io mi spremevo le
    meningi per capire perché mai quel cinghiale avesse in testa il berretto dei
    liberti. Dopo aver fatto le supposizioni più assurde, mi decido a
    interpellare di nuovo il mio vicino chiedendogli lumi sul problema che mi
    assilla. E lui mi fa: «Anche il tuo servo te lo può spiegare benissimo: non
    è mica un mistero, lo sanno tutti. Visto che gli invitati di ieri sera hanno
    rimandato indietro questo cinghiale perché scoppiavano di cibo, per questo
    oggi ritorna a tavola acconciato da liberto». Me la prendo con la mia
    stupidità e non gli domando più nulla per non dar l'impressione di essere
    uno che a tavola con gente per bene non c'è mai stato.

    Mentre parliamo di queste cose, uno schiavetto bellissimo con i capelli
    pieni di foglie di vite e di edera e che dice di essere un po' Bromio, un
    po' Lieo ed Evio, distribuisce grappoli d'uva prendendoli da un cestino e
    propina versi del padrone con una voce da rompere i timpani. E Trimalcione,
    voltandosi in direzione di quel suono, dice: «Dioniso, sii libero». Lo
    schiavetto toglie il cappello al cinghiale e se lo mette in testa.
    Trimalcione allora insiste: «Ora non potrete più negare che ho il padre
    Libero». Applaudiamo la battuta di Trimalcione e copriamo letteralmente di
    baci il ragazzino impegnato nel suo secondo giro.



  19. #19
    Righel Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense

    *Piero F.* ci scrive:

    > Grazie del complimento, ma io pensavo (speravo!) di aprire un dibattito,
    > non di metterci su una pietra tonbale! Ciò che ho postato aveva lo scopo
    > di fornire materiale per teorie, congetture, supposizioni...


    Il dibattito nasce da un problema, da una domanda... anche se implicita,
    purché evidente.
    I dati che tu hai fornito vengono facilmente assimilati, perché logici, ma
    non suscitano domande e quindi non stimolano risposte.

    > Appunto. Pensa se avessi portato *prove*. Allora sì che ammazzavo la
    > discussione :-))


    Se tu le avessi avute e non ce le avessi fornite ti avremmo ammazzato noi.


    >> E qui spunta un altro enigma, che però probabilmente enigma
    >> non è se non per la mia ignoranza specifica.
    >> Quando e perché la città di Ilio fu denominata ....a?


    Ecco, questo era il mio esempio di domanda, travestita da commento
    superficiale.

    > Non è che sia una nozione tanto facile: me lo sono chiesto anch'io per una
    > vita. Tutto ciò che so è che la regione nella quale sorgeva Ilio era
    > chiamata Troade, e che le recenti scoperte archeologiche su documenti
    > ittiti, avrebbero individuato i nomi di Wilusa e Taruisa rispettivamente
    > per Ilio e per Troade.


    Sì, questo è noto ma immagino che qualcuno abbia tentato di ipotizzare
    un'etimologia dei due termini.
    Ci vorrebbe Strawarila o Salimbeti...

    > Comunque il nome ....a non deriva dalla femmina del maiale:-)
    > Parrebbe il contrario, invece. Giacomo Devoto fa derivare l'appellativo
    > *....a* dato alla scrofa, dal latino medievale "porcus ....anus", vale a
    > dire la porchetta ripiena. All'apparenta "liscia", ma che nasconde nel
    > proprio ventre altri ingredienti, come il cavallo di ....a nascondeva i
    > guerrieri greci :-)


    Bella trovata, non mi convince molto ma è simpatica.

    > Forse non tutti sanno che esiste in Puglia una cittadina di nome ....a (vi
    > nacque Salandra, primo ministro all'epoca della I guerra mondiale), e
    > tempo fa ne avevo narrato brevemente la storia in free.it.storia.medioevo.
    > Le donne del posto non sembrano fare molto caso al nome. Di dove sei?
    > ....a, rispondono senza esitare <g>


    Il non conoscere ....a di Puglia è costato un bel po' di eurini a un
    concorrente della TV, proprio stasera.

    --
    Righel (e-m in "Reply To")
    ___________________________
    http://xoomer.virgilio.it/ugo.lat/FISA
    http://www.na.astro.it/uan



  20. #20
    Mario Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Righel" <Righel.fastwebnet.it> ha scritto

    >> La mia opinione è che si tratti semplicemente della copia di un'insegna
    >> commerciale riferita ad un'attività di spaccio di salumi

    >
    > Sai che non è niente male, come ipotesi?


    Una decina di anni fa a circa 50 metri dalla nota Abbazia di Chiaravalle
    appena fuori porta Vigentina dove vivo abbiamo centrato una stazione di
    posta romana sulla strada romana per Laus Pompeia. Secondo la vulgata
    lumbard tuttora assunta come innegabile storia locale, i monaci cistercensi
    scelsero una palude inabitabile per costruirvi l'Abbazia e con eponimo
    certosino zelo la bonificarono e quivi faticosamente edificarono il
    monumento. Nella realtà presero un'area romanizzata un millennio prima e
    perfettamente drenata dirottandovi la vectabilis (Vettabbia attuale), canale
    romano per il traffico del sale via Lambro-Po-Adriatico per azionare un
    mulino nella grangia annessa. Sulle piante viscontee è chiaramente indicata
    e raffigurata, come Via Regina, la strada romana, e infatti nella presunta
    palude inesplorata abbiamo beccato l'insediamento commercilae: piombi di
    bilancia a forma di Minerva, una tempesta di sesterzi da Tiberio a
    Caracalla, un peso da una libbra con il numerale in greco, e i soliti
    paraphernalia, ma ad un'aratura a spacco è uscita l'insegna in piombo, fai
    venti per venti cm, della posteria, con il cavallo legato a una colonna.
    Anepigrafo, perchè i lumbard dell'epoca li si catturava per immagini....
    M.



  21. #21
    Giuseppe De Micheli Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    "Piero F." <mailander.people.it> ha scritto nel messaggio
    news:yy00e.16289$kC3.11148.tornado.fastwebnet.it.. .

    > Forse non tutti sanno che esiste in Puglia una cittadina di nome ....a (vi
    > nacque Salandra, primo ministro all'epoca della I guerra mondiale), e
    > tempo fa ne avevo narrato brevemente la storia in free.it.storia.medioevo.
    > Le donne del posto non sembrano fare molto caso al nome. Di dove sei?
    > ....a, rispondono senza esitare <g>


    Invece a Milano esiste la via Troja (scritta prorpio con la J) che viene
    pronunciata dai milanesi Troìa, con l'accento sulla i. Avevo una amica che
    vi abitava e rispondeva: "abito in una via che non posso dire", arrossendo.
    Vedi un po' com'è il mondo.

    G. De M:



  22. #22
    Piero F. Guest

    Re: Scrofa semilanuta mediolanense


    Giuseppe De Micheli wrote

    > Invece a Milano esiste la via Troja (scritta prorpio con la J) che viene
    > pronunciata dai milanesi Troìa, con l'accento sulla i. Avevo una amica che
    > vi abitava e rispondeva: "abito in una via che non posso dire", arrossendo.
    > Vedi un po' com'è il mondo.


    La grafia esatta è TROYA, a dire il vero. Si tratta di Carlo Troya,
    personaggio di spicco nella storia ottocentesca di Napoli (fu letterato e uomo
    politico), al quale in molte città è stata dedicata una via. Ma io ho sempre
    sentito dire, qui a Milano, via Carlo Tròya.
    Invece c'era un calciatore abbastanza famoso intorno al 1970, che si chiamava
    Tanino Troja, e che per disposizioni dall'alto (leggasi Bernabei) i
    telecronisti e commentatori sposrtivi dovevano obbligatoriamente pronunciare
    Troì-ia. Per combinazione, anche questo è passato da Napoli, anche se fece
    quasi tutta la carriera al Palermo.
    Chiedo conferma ai tanti napoletani di FISA, sia per Carlo Troya che per
    Tanino Troja:-)

    --
    Piero F.




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